Premessa dell’Editore

di Alberto Gambescia - Amministratore Unico di Studiare Sviluppo S.r.l.
Quando si assume un incarico come amministratore di una società pubblica l’approccio abituale che si può verificare è alternativamente di due tipi: vi è chi mutua la prassi del management privato o chi tende a perpetuare i modelli tradizionali di gestione della cosa pubblica.[...]

di Alberto Gambescia, Amministratore Unico – Studiare Sviluppo S.r.l.

Q uando si assume un incarico come amministratore di una società pubblica l’approccio abituale che si può verificare è alternativamente di due tipi: vi è chi mutua la prassi del management privato o chi tende a perpetuare i modelli tradizionali di gestione della cosa pubblica.

Diversamente, la prima domanda che ci si dovrebbe porre in ogni nuova sfida è cosa apportare di veramente nuovo, veramente personale. Qui – evidentemente – soccorrono le esperienze, le visioni di ciascuno. Nel caso di chi scrive, la formazione e la conoscenza esperienziale non soccorrerebbero in termini di novità. L’avvocatura abitua e forma il pensiero alla formalità, quasi mai (ontologicamente direi) alla neutralità. Poi, certamente, sovvengono le “altre” esperienze che contribuiscono alla costruzione di un pensiero “spurio”, ibridato ma mai disomogeneo.

La domanda, dunque, è quanto delle diverse esperienze – che cerchiamo con questa proposta di mettere insieme – possano aiutare il “pensiero pubblico”, frutto di una visione mai certa, mai unitaria, mai definitiva circa i tratti distintivi del sistema paese da cui nasce – a mio modo di vedere – un sistema pubblico fragile, sempre in fieri: un cambiamento continuo che, se fine a sé stesso, viene assunto con una certa dose di resilienza passiva.

Da questo nasce l’esigenza di una rivista attraverso la quale le diverse esperienze possano trovare non solo un momento di confronto ma di sintesi, di proposta. Un luogo nel quale la diversità degli approcci assuma i connotati della ricchezza che mai può essere un alibi all’immobilismo o alla perenne confusione. Ci sarà modo di analizzare il carattere storico di questa peculiarità italiana.

Rimane il dato fattuale. Il paese ed il suo sistema di governo pubblico sono da decenni in mezzo ad un guado che appare difficilissimo da superare. Da un lato gli assertori di un sistema “complesso” (pesante?) dall’altra gli assertori di uno stato “minimo”. Tra le due posizioni il sistema si ferma, si blocca nella perenne ricerca di stabilità. Certamente non facilitano o non hanno aiutato le scarsezze delle risorse economiche che negli ultimi anni sono state investite sul tema che ci occupa, ma forse sono queste le condizioni migliori per scoprire, analizzare – sperabilmente risolvere – le debolezze del sistema medesimo.

Il tentativo che ora vede protagonista questa rivista è esattamente questo: non fermarsi di fronte alla paralisi; cercare con tutte le forze una nuova piattaforma comune. Perché occuparsi di public management è occuparsi della cosa pubblica, della vita delle persone, della comunità nazionale. Anche con buona pace di chi, a vario titolo, lavora o sostiene un approccio entropico, dei sostenitori degli assetti sempre variabili i quali, applicati al public management, tendono a replicare le distonie di altri sistemi producendo disomogeneità, particolarismo, non oggettività; quasi sempre spesa non produttiva o di scarsa qualità.

Questa organizzazione (disorganizzazione) non regge più il peso delle nuove sfide non solo europee ma anche rispetto ai nuovi attori mondiali che si affacciano sul mercato della competizione, in relazione a fenomeni nuovi ma vecchissimi che necessitano un governo saldo e lungimirante dei processi.

Dunque l’efficienza del sistema – lungi dal dover essere trattata come un simulacro – è però una precondizione di fattibilità e di sostenibilità di ogni politica pubblica; non la sua ancella. E se il dato sembra oggi acquisito in termini culturali non altrettanto può dirsi in termini concreti: quanti provvedimenti del governo centrale o degli enti locali supererebbero un’attenta valutazione d’impatto dei provvedimenti medesimi?

Questa iniziativa tenta quindi di mettere in collegamento ciò che appare scollegato – quasi fosse un precetto di diritto naturale: tenta una relazione virtuosa tra l’accademia e la pratica; tra professionalità tra loro distinte ma che non possono più essere considerate distanti perché il tempo che viviamo non ce lo consente più.

La rivista nasce con questo intento animata da una grande energia e passione. Crediamo non sia un tentativo vano ed inutile.     

    

Da ultimo. Mi si permetta di ringraziare tutti coloro i quali, a partire dal comitato tecnico scientifico e da Luigi Fiorentino, hanno accolto con entusiasmo questa nostra proposta che speriamo possa crescere con l’aiuto di tutti coloro che vorranno contribuire.

 

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